Blog Dalia su Interviste Libri
Pubblicato in data sabato, Mar 07

Questa è la storia di due giovanissime ribelli

Intervista ad Arjuna Cecchetti, autore di “Questa è una storia ribelle”.

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma scelgono di prendere posizione. Romanzi che nascono da un territorio, ne assorbono le ferite e restituiscono una voce a ciò che rischia di essere cancellato: i luoghi, le comunità, la memoria.
Questa è una storia ribelle” è uno di questi.

Questa è una storia ribelle

Ambientato nell’Appennino segnato dal terremoto e dalla ricostruzione, il romanzo intreccia riflessione ambientale e conflitto generazionale. Selvaggia e Penny sono due adolescenti che crescono tra macerie materiali e simboliche, in un paesaggio dove il cemento del profitto minaccia di seppellire non solo i borghi, ma anche le storie di chi li abitava.
La loro non è una resistenza silenziosa, ma una ribellione aperta, radicale, che parla a chi ama la montagna, le aree interne, a chi interroga il presente. Un presente in cui il rapporto con i territori si fa sempre più fragile e pericoloso: frane, alluvioni, consumo di suolo ed edilizia selvaggia mostrano ogni giorno il costo di decenni di incuria e di scelte guidate dal profitto.

Arjuna Cecchetti

In questa intervista, Arjuna Cecchetti racconta l’origine del romanzo, il legame tra scrittura e territorio, il ruolo dell’ecologia come forma di resistenza politica e il significato della ribellione, oggi, nella vita come nella letteratura.

Come nasce “Questa è una storia ribelle” e quali esperienze personali hanno dato origine a questo romanzo?

Di mestiere sono archeologo e per molto tempo ho lavorato in cantieri edili, grandi o piccoli. Quando un cantiere intercetta dei resti antichi, infatti, intervengono gli archeologi per documentare e scavare quanto ritrovato. Una volta ero in Irlanda e stavo lavorando all’interno di un cantiere dove si costruiva un complesso residenziale con le tipiche case a schiera, col tetto a mansarda e il giardino sul retro. Le case in costruzione erano decine e decine, un intero quartiere che stava sorgendo al posto di un pezzo di brughiera che arrivava fino al mare. Tutte le mattine attraversavo il cantiere fino all’area archeologica, e durante il percorso mi guardavo intorno: escavatori che aprivano squarci nella terra, bulldozer che spargevano ghiaia, gli scheletri delle case in costruzione, le betoniere che spruzzavano cemento per le fondamenta e poi materiali di tutti i tipi, cavi per la rete internet, cavi per l’elettricità, tubi per gli scarichi fognari, tombini di cemento, pannelli isolanti, infissi e così via. Materiali artificiali, sintetici, assolutamente non riciclabili né riutilizzabili. Un singolo pannello isolante può essere formato da decine di componenti diversi, ad esempio. Tutta roba inventata di sana pianta giusto per essere venduta e usata per costruire luoghi artificiali al posto degli ecosistemi naturali. Quella mattina questa consapevolezza mi ha fatto bloccare, ed è stato in quel momento che ho pensato che dovevo scrivere “Questa è una storia ribelle”.

Selvaggia e Penny non si limitano a resistere, ma scelgono di ribellarsi. Che cosa rappresentano per te e in che modo incarnano una generazione che rifiuta il compromesso?

Questa è la storia di due giovanissime ribelli.

Le due protagoniste della storia sono state costruite su personalità e su caratteri di ragazze che esistono davvero e che in qualche modo appartengono alla nuova generazione di adolescenti; non si assomigliano tra loro e non la pensano allo stesso modo: Selvaggia non è pienamente cosciente di quando sta accadendo intorno a lei ma intuisce che c’è un gioco più grande di cui lei è una pedina apparentemente insignificante; Penelope, invece, ha da tempo deciso da quale parte stare, conosce le regole di quel gioco e intende infrangerle. Ogni generazione ha una missione che mi sembra sia quella di ribellarsi al mondo costruito dalle generazioni che l’hanno preceduta. Quando questo non accade, come in parte è successo alla generazione post Genova 2001, sembra sempre che manchi qualche pezzo. Nel caso di “Questa è una storia ribelle” la lotta delle due protagoniste rivendica soprattutto il diritto all’autodeterminazione delle comunità delle aree interne contro il modello capitalista estrattivista che antepone il profitto a ogni altra necessità, persino nella tragedia di una ricostruzione post sisma. Per iperbole pensiamo alla devastazione di Gaza e alla corsa a far affari nella ricostruzione della Striscia. La stessa lotta semplicisticamente descritta come Pro-Pal rappresenta una faccia della ribellione intersezionale, non a caso come portavoce degli attivisti che supportano la causa palestinese troviamo Greta Thunberg, un’attivista del clima. Tutto è in relazione. Citando il titolo del recente film di Paul Thomas Anderson si potrebbe dire: “Una battaglia dopo l’altra”.

Nel romanzo la natura non è uno sfondo, ma una presenza viva e ferita. Quanto conta per te la dimensione ecologica come forma di resistenza politica e umana?

Sia nel precedente romanzo “Non pensarci due volte”, che in “Questa è una storia ribelle”, ho cercato di far emergere le colline, i boschi, le montagne, nonché gli animali, gli alberi e le rocce del nostro Appennino che tutti insieme corrispondono a un ecosistema caratterizzato da relazioni estremamente complesse, connessioni alle quali partecipiamo anche noi nonostante il nostro completo disinteresse ecologico. Chi abita oggi l’Appennino raramente si mette dalla parte di chi lo protegge. “Questa è una storia ribelle”, infatti, si ispira dichiaratamente alle lotte ambientaliste che riguardano l’Appennino e che in genere vedono in prima linea gruppi minoritari di attivisti consapevoli di quello che accade tra le nostre montagne: sfruttamento, inquinamento, spopolamento, abbandono. Il resto della popolazione delle aree interne, invece, mi pare schiacciato dalla contemporaneità e del tutto incapace di reagire. Infatti il problema è piuttosto complesso, da un lato le aree interne sono abitate da autoctoni che non vedono l’ora di fuggire in città, per questioni di lavoro e opportunità, ma anche perché attratti da modelli consumistici di vita; dall’altro lato sempre più giovani o più famiglie affrontano il percorso inverso: vengono in Appennino per sfuggire da tutto quello che subiscono nelle città: cultura tossica del lavoro, apparenze, consumo. In questo disequilibrio si innesta la questione ambientale. Gli autoctoni sono favorevoli a qualunque tipo di intervento che porti lavoro, turismo, soldi, progresso anche a scapito dell’ambiente e degli ecosistemi, mentre ad opporsi a questo modello sono, come accennavo, piccoli gruppi composti anche da ‘gente di città’. Si tratta di un gigantesco equivoco che meriterebbe più attenzione.

Uno dei personaggi più poetici del libro è un grande cane bianco.

Il titolo parla di ribellione. In un mondo che tende ad anestetizzare le coscienze, cosa significa oggi essere davvero ribelli, nella scrittura, nella vita e nel rapporto con la terra?

Come scrittore sento il bisogno di mettere al centro della storia la complessa relazione tra l’ambiente delle aree interne e le comunità che le abitano, vecchie e nuove. Per farlo ho scelto lo sguardo di protagoniste adolescenti, perché a dirla con Proust, la giovinezza è l’unica età che ci permette di afferrare qualcosa dalla vita. Credo infatti che sia durante l’adolescenza che abbiamo la possibilità di sviluppare il nostro pensiero ben più in profondità di quanto possiamo fare come persone adulte e, citando Bauman, questo processo critico generazionale inevitabilmente ricostruisce i paradigmi democratici, i confini del diritto, le istanze dal basso. Solo una quindicina di anni fa il tema ambientale era una preoccupazione di pochi, poi, grazie alla nuova generazione di attivisti, il riscaldamento globale, la perdita di ecosistemi e più in generale l’impatto dell’umanità sul pianeta sono diventati temi centrali nel dibattito pubblico. Tanto importanti che adesso i vecchi conservatori sono passati al contrattacco inquinando il dibattito con una propaganda negazionista e regressiva con la quale vorrebbero farci tornare indietro di un secolo al grido osceno di Drill baby drill.

Grazie Arjuna!

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